assaggi e critiche

GIUSEPPE IMBROGNO e IL PERTURBANTE

mercoledì, 29 giugno 2016

GIUSEPPE IMBROGNO

GIUSEPPE IMBROGNO

GIUSEPPE IMBROGNO, 40 anni, laurea in filosofia. Oggi si divide tra la passione per la scrittura e il lavoro di progettista sociale, il tennis giocato e guardato, i classici russi, Carrère, Stephen King e le serie TV di David Simon. Vive e lavora a Milano.

Finalista al Premio Calvino XXIX con Il perturbante

 

COSA NE HA DETTO IL COMITATO DI LETTURA:

Un romanzo inusuale, suggestivo e moderno, non senza un lieve tocco di misteriosità, il perturbante del titolo, appunto. Il tema è quello della sempre più perfetta tracciabilità delle nostre esistenze. Non c’è più bisogno della Stasi per spiare la vita degli altri. Non ce ne rendiamo conto, ci illudiamo che così non sia, e ciò non fa che accrescere il disprezzo di Lorenzo − l’algido data analyst, protagonista e narratore della vicenda – per l’uomo comune. Per non dire poi dell’induzione programmata dei nostri comportamenti, in particolare d’acquisto: come si sa, la teologia della merce e del consumo ha trionfato senza più ostacoli né remore…

Lorenzo ama osservare gli altri e fare ipotesi plausibili su di essi sulla base dei dati di cui dispone: a ciò è portato dalla professione e dall’indole: “Il mio esercizio è semplice. Il mio esercizio non ha bisogno di strumenti sofisticati o posti particolari… Può essere ovunque o anche da nessuna parte.” A un certo punto Sergio, un elegante manager cosmopolita, diventa la sua ossessione, un modello, anche, da imitare. Lorenzo vuole sapere tutto di lui, si specchia in lui. Con le sue stesse parole: “Questa storia si riduce alla fine a quella di un uomo, e di un altro uomo. Tu e io, Sergio, tu e io” (p. 99). E’ un’attrazione fatale, una fascinazione dai sottesi tratti omoerotici (e narcisistici): peraltro Lorenzo ha le sue (modeste e strumentali) storie di donne, come Sergio è felicemente sposato e felicemente traditore. La singolarità del romanzo sta nel percorso, ovvero negli step, che Lorenzo compie per ricostruire il profilo di Sergio, con i suoi gusti, i suoi hobby, i suoi viaggi, la sua vita sentimentale: per Lorenzo introdursi sotto copertura nei social è un gioco da ragazzi e così raccoglie le prime tracce di Sergio. Dopodiché attraverso la manomissione di badge, tessere, carte di credito, conti correnti, e frequentando la stessa palestra, gli stessi ristoranti, la stessa rete di supermercati, riesce a farsi un quadro completo del personaggio che insegue. L’autore è efficacissimo nel mettere in campo i mezzi che oggi permettono a quella che potremmo chiamare pirateria informatica, più o meno legale, di conoscere tutto di ogni individuo, in fatto di gusti, comportamenti, propensioni (ovvio, soprattutto alla spesa). Lorenzo si compiace della propria abilità di detective digitale fino a sentirsi un dio onnipotente che può intervenire sulla vita degli altri, modificandola, un dio-zelig, però, che vuole identificarsi col proprio oggetto del desiderio: brama persino di fare l’amore come Sergio e nel sonno invoca la sua donna col nome della moglie di Sergio. Alla fine il cerchio si chiude in modo sorprendente: in una città dell’est, Lorenzo finalmente incontrerà Sergio (immaginando il proprio trionfo), ma solo per scoprire che Sergio era stato in qualche modo il burattinaio della sua delirante e insieme lucida ricerca. E così Lorenzo finirà in una clinica svizzera dove già si trova un suo amico caduto in un’analoga trappola: entrambi hanno voluto superare il limite, per motivi diversi, intervenendo – in solitaria autonomia − nell’esistenza dei loro oggetti di osservazione. Sono diventati inaffidabili per i loro capi o, meglio, per il sistema dell’informazione. Sono venuti meno alla deontologia aziendale, alla deontologia del profitto.

Romanzo, come si è già accennato, che rifiuta di attardarsi sul passato, scritto in una lingua rapida, nervosa, precisa, con numerosi intarsi di neologismi tecnici e di marketing. E’ uno sguardo, quello che pervade il testo, da nouveau roman, tutto puntato sugli oggetti, sulle cose, che espunge qualsiasi fronzolo espressivo. L’autore ha saputo affrontare il non facile argomento attraverso una narrazione coinvolgente innanzitutto sul piano intellettuale, ma che finisce con l’esserlo anche sul piano emotivo. La realtà su cui egli ci affaccia perturba e dà le vertigini.

 

UN BRANO PER APPREZZARLO:

“Incipit”

Il mio esercizio è semplice. Il mio esercizio non ha bisogno di strumenti sofisticati o posti particolari. Mi è sufficiente un luogo pubblico. Frequentato, non troppo affollato… Può essere ovunque e può essere anche da nessuna parte.

Oggi mi trovo all’ingresso di un centro commerciale, periferia sud di Milano. Perfettamente consapevole dei danni che il fumo provoca al sistema cardiovascolare e respiratorio, del comprovato aumento del rischio di tumori e di altre patologie letali, aspiro l’ultimo tiro della mia sigaretta, fin quasi al filtro. Poi ho un’esitazione, il grosso cestino di metallo è lontano un paio di metri. Non lo raggiungo. Getto il mozzicone a terra, lo schiaccio con la suola della scarpa. Non disponendo di statistiche precise in merito ritengo plausibile che il 33% delle mie sigarette concluda la sua breve esistenza in un cestino o in altro apposito contenitore. Le altre finiscono a terra, qualche volta in una pozzanghera…

Entro nel centro commerciale.

Mancano pochi giorni a Natale e non ho nessun impellente motivo per essere qui. Devo fare pochi acquisti, soltanto i regali socialmente necessari, confido che il tutto si possa risolvere nelle prossime due sere trascorse a casa davanti al pc. Spero di non incontrare nessun conoscente, sarebbe difficile spiegare le ragioni della mia presenza, anche chi ricorda a malapena il mio nome sa che detesto il Natale. Nel caso, potrei addurre una motivazione professionale… Nel nostro lavoro raramente ci capita di osservare donne e uomini durante i loro comportamenti di acquisto. Quelli che se ne occupano sono spioni, bassa manovalanza dice Normann, noi trattiamo informazioni di diverso genere, in tutt’altro contesto. Il pensiero che qualcuno, qui, ora, possa riconoscermi, salutarmi, mi rende un po’ nervoso e tuttavia decido di non venir meno ai miei propositi, guadagno la mia posizione preferita, raggiungo il piano superiore, una balconata di vetro, plexiglass e cemento, dalla quale si può osservare tutto. Sotto di me donne, uomini, vecchi, bambini e le loro modalità di consumo e di svago. Mi affaccio dalla balconata.

 

COSA NE HA DETTO NIVA LORENZINI:

NIVA LORENZINI

NIVA LORENZINI

Segnalato con menzione speciale dalla Giuria del Premio Calvino 2016, Il perturbante di Giuseppe Imbrogno affronta il tema della spersonalizzazione e clonazione di vite in un mondo, il nostro, sempre più dominato dal potere occulto della tecnologia, che consente di rendere tracciabili le esistenze attraverso l’accumulo e la registrazione computerizzata di dati e informazioni (“Alle informazioni – secondo un leitmotif del romanzo che potrebbe bene figurare come sottotitolo – non si può scappare, scampare”). Inquietante è da subito anche il titolo, che potrebbe di per sé valere come avvertenza al lettore, quasi una messa in guardia circa il contenuto delle pagine che si troverà a leggere.

Sia o no l’Unheimlich freudiano ad averlo suggerito, il “perturbante” si dà infatti, sulla soglia del racconto, come aggettivo sostantivato che indica smarrimento, perdita di contatto, senza che l’autore offra un qualche appiglio per agevolarne la decifrazione (si tratta di personaggio, evento, elemento del racconto? E chi perturba? Chi viene perturbato?). L’ambiguità invade con precisa intenzione l’intero testo fino dal suo avvio, che si articola su un elenco di microracconti, azioni, gesti, incontri ridotti a ritagli, quasi appunti di un vivere consegnato alla nuda registrazione di dati. Ne è complice la scrittura algida, anestetizzata, strutturalmente in linea con la professione del protagonista, un data analyst di nome Lorenzo che decide di applicare le proprie esperienze di tecnologia digitale a spiare le vite degli altri, alienate dal potere occulto che agisce in nome del dominio della merce e del consumo. Ne consegue una precisissima fenomenologia della spersonalizzazione, che riguarda le stesse descrizioni dei luoghi di una città metropolitana, anonima e frenetica, tra cui ci si muove senza contatto e senza dialogo, come subito si riscontra ad apertura di libro:

È giovedì sera, sono in Corso Buenos Aires, non ho niente da fare, niente da comprare. Cammino lentamente, guardo le vetrine, guardo le persone, camminano sul marciapiede, attraversano la strada, entrano ed escono dai bar, dagli store d’abbigliamento. C’è molta gente sul marciapiede, bisogna stare attenti per non urtare qualcuno, esserne urtati, e i negozi sono quasi tutti vuoti.

Il nuovo flâneur, che pare uscito da un quadro di Hopper con quel suo realismo allucinato e malato, non può abbandonarsi agli incontri casuali che affascinavano Baudelaire a passeggio per Parigi: cerca informazioni, registra dati, finalizza tutto a un progressivo riciclo, che lo porterà a identificarsi lungo il racconto con un elegante manager, Sergio, clonandone ossessivamente abitudini e scelte, fino a mangiare come lui, comperare come lui, fare palestra come lui, amare come lui. Va seguita pagina per pagina, riga per riga, la precisissima descrizione di questo percorso di autocastrazione e sovrapposizione, che espunge ogni particolare superfluo dal ritmo di una scrittura in levare, rapida, nervosa, attenta a registrare fino nei dettagli il flusso di eventi minimi che scorrono lungo un esistere eterodiretto. Un realismo di tipo nuovo si va così realizzando sulla pagina: nuovo anche rispetto ai modi del nouveau roman cui pure si potrebbe imparentare per la focalizzazione di oggetti, cose, esatte nella efficace resa descrittiva. Ma al nouveau roman interessava la resa fenomenologica del dato: qui è l’informazione, appunto, a sostituirlo, che depotenzia qualsiasi oggettività in vista di una colonizzazione non solo del sentire ma dello stesso esistere di cose e persone funzionali alle leggi del mercato (“noi produciamo informazioni” – “leggiamo informazioni” – è refrain ricorrente tra le pagine). In evidenza, a quel punto, può restare solo la superficie degli eventi, una superficie senza profondità, senza recuperi memoriali, dove diviene superfluo l’interrogarsi sul senso di ciò che accade e sulla stessa distinzione tra realtà e finzione. Si legge a p. 43 del romanzo:

Sprecare il tempo o addirittura sprecare la propria esistenza sono frasi e concetti che vengono utilizzati unicamente da chi non ha capito come funziona il mondo, quelli che pensano che ci sia in noi qualcosa come un potenziale da realizzare. La realtà dura e deresponsabilizzante è che ci sono solo informazioni da produrre e raccogliere, infinite in un tempo finito, per cui, di fatto, nulla e nessuno si può mai realizzare.

Ma se si arriva nei pressi di quella domanda sul senso dell’esistere, può capitare all’incubo freddo che pervade la trama di trovarsi a un passo dallo svelamento. Certo la realtà su cui il romanzo ci affaccia “perturba e dà le vertigini”, come concludeva la scheda approntata dal Comitato di Lettura per la presentazione del romanzo, richiamandosi a quel titolo che, di pagina in pagina, resta appuntato come un’insegna sul peregrinare anonimo di personaggi in transito tra supermercati, ristoranti, palestre, sale di cinematografo, i non-luoghi dello spazio urbano che si percorre in perfetto isolamento. Ma poi lo sviluppo diegetico, attentamente controllato e pilotato, trascina con sé l’attesa di uno svelamento cui si accennava, che sfocia alla fine in un colpo di scena, punto di arrivo per molti aspetti inatteso della quête che non espunge richiami alla grande tradizione del romanzo modernista europeo, tra cliniche svizzere e sanatori che esorcizzano, da Thomas Mann in poi, le problematiche del progresso, attualizzando insieme l’alienazione dell’Homo faber di Max Frisch verso esiti da terzo millennio. E in una clinica svizzera, per l’appunto, finisce Lorenzo, punito, con la complicità e la responsabilità del suo stesso alter-ego, quel Sergio in cui si era pienamente identificato per aver travalicato le regole del suo incarico, interferendo nella vita del suo oggetto di osservazione. Non ammette deroghe la deontologia del mercato: questa, da ultimo, la morale della favola.