assaggi e critiche

MARTINA RENATA PROSPERI e BRANCHIA

mercoledì, 29 giugno 2016

MARTINA RENATA PROSPERI

MARTINA RENATA PROSPERI

MARTINA RENATA PROSPERI (1992) è cresciuta tra la provincia di Milano e il borgo lunigianese di cui è originaria. Laureatasi a Venezia in Lingue, culture e società dell’Asia Orientale, si divide ora fra l’Italia e Taiwan, ultimando gli studi magistrali con una traduzione di leggende aborigene.

Finalista al Premio Calvino XXIX con Branchia.

 

COSA NE HA DETTO IL COMITATO DI LETTURA:

Un testo di grande interesse, scritto con compiuta maestria stilistica (come già di per sé rivela la sinossi redatta dall’autrice), giocato su due tavoli diversi ma funzionalmente correlati. Da una parte Branchia (che non ha polmoni e vive in una vasca) con il piccolo mondo della piscina che gli ruota attorno; dall’altra Ginevra che ha avuto la pesante eredità di organizzare e completare gli appunti di Jacob, suo compagno di liceo morto di recente (e Luca la aiuta nell’impresa): perché Branchia è un personaggio letterario, ideato da Jacob, e con lui lo sono i gemelli Gabriel e Giulia e la loro madre Marie, l’allenatore, lo psicologo, ecc.

Una struttura complessa e di complessa gestione (i personaggi, sia nella dimensione “reale” che nella dimensione “finzionale” sono numerosissimi), volta a raccontare due simmetrici amori impossibili (quello di Branchia per Giulia, gravemente cardiopatica, e quello di Ginevra e Luca) e, soprattutto, ad affrontare una serie di rilevanti nodi problematici, come l’anoressia e il rapporto con il corpo (o, meglio, con l’imperfezione e i limiti del corpo), la malattia, le relazioni conflittuali e ambigue tra fratelli, la difficoltà di gestire il proprio essere madre.

È un mondo affascinante, quello costruito dall’autrice, prevalentemente acquatico (piscina, pioggia, mare) in entrambe le dimensioni, e questo tratto contribuisce a unirle sottilmente, sotto traccia.

Il tavolo più realistico, quello sul quale giocano Ginevra e Luca, ha momenti di grande scrittura. In particolare i capitoli 8 e 10 meritano di essere segnalati, ricchi come sono di brani ottimamente calibrati: esemplare, tra gli altri, il cambio di tema coordinato con la canzone trasmessa dalla radio. Quello più magico della piscina è costellato di rapidissime descrizioni che fanno percepire l’odore del cloro: un gran senso della luce rifratta, come già nel primo capitolo quando Ginevra si irrita con la madre che cucina quasi al buio. Molto bello tutto il piccolo mondo acquatico, e lo stesso va detto dei suoi confini: gli spogliatoi, le tribune…

Branchia che cresce, che diventa adulto, che sogna di fare il coreografo di rutilanti spettacoli di nuoto sincronizzato, è un personaggio struggente, con la sua solitudine, la sua diversità, la sua umana curiosità e il suo bisogno di amore e di amicizia, con il suo stesso ambiguo oscillare tra bene e male, tra bisogno di amore e di vendetta. Anche l’altro personaggio centrale, questa volta nella dimensione “reale”, Ginevra è assai ben tratteggiato, con le sue insicurezze, le sue ostinazioni, il suo rifiuto dell’ovvio. Respinge Luca (si oppone quasi con ribrezzo al suo tentativo di bacio) senza un perché sentimentale ma con un saldo perché psicologico: per Ginevra “il corpo è un ostacolo”, è quasi anoressica − “lo stomaco è l’inferno che porto dentro”.

Alla lingua, fatta di suggestioni e di sparsi guizzi liricizzanti, si accompagna un abile montaggio alternato delle due storie che compongono la trama, con cambi continui di focalizzazione nelle singole scene e tra un paragrafo e l’altro. Da questo, oltre che dallo stile, si intuisce che chi scrive è una lettrice attenta di Virginia Woolf, cui si rende peraltro più di un omaggio (come, in filigrana, con «la stanza di Jacob»). La struttura rincorre così la simultaneità; la lingua invece le voci, le luci, i riflessi e le superfici.

Quanto al titolo ricorda certo quello del romanzo di Ammaniti, Branchie, cui forse l’autrice per qualche verso si è ispirata, ma gli sviluppi e i temi sono tutt’altri e decisamente originali.

 

UN BRANO PER APPREZZARLA:

“Branchia e Marie”

L’acqua vibrò, e il corpo di Marie cadde nella vasca, e Branchia lo vide, e il corpo iniziò ad affondare…

La camicia bianca si era gonfiata, una nuvola di lino… La sua pelle era trasparente, si vedevano le vene vicino alle orecchie, e filamenti d’anima sotto le palpebre. E una catenina d’oro, tra le efelidi del collo. E un reggiseno rosa chiaro, o forse azzurro, con margini ricamati che non stringevano più. Perché l’acqua libera, pensò Branchia, l’acqua scioglie. E nell’acqua Marie sembrava un’altra creatura, svincolata dalla vita…

Branchia nuotò piano. Come un delfino, le passò a fianco. La osservò lateralmente, con un solo occhio…

Il corpo di Marie affondava. Creava un vuoto, trascinava nel vuoto.

E come per le pietre, come per le grotte, come per le conchiglie disabitate, c’era una linea sottile tra la bellezza di Marie e la sua presenza. Quel corpo c’era, quel corpo affondava, quel corpo si slacciava dalla vita, perché era meraviglioso.

C’era una linea sottile tra il volerlo toccare e il volerlo salvare.

Sarebbe meraviglioso, pensò Branchia, spogliarla con le carezze, guardarla dormire sott’acqua, riempirmi gli occhi della sua pelle morbida, dei suoi capelli lunghi, che spostandosi disegnano segni, e poi abbracciarla, e averla con me, solo per me…

Il corpo di Marie percosse dolcemente le mattonelle azzurre.

A Branchia sarebbe bastato lasciarla, su quel fondo. Lasciarla andare, ad abitare il suo mondo, fatto d’immaginazione, di persone che possedevano sia le branchie sia i polmoni, di incantesimi fatali, snocciolati al crepuscolo o all’aurora, quando la luce sulla vetrata trasmetteva spettacoli da altrove.

Branchia nuotò accanto a Marie, nuotò sopra i suoi jeans. Li sentì, ruvidi, contro il suo sesso duro. Nuotò nella nuvola di lino, vicino ai capelli castani, che si alzavano a ciocche, e si aprivano a ventagli, in filamenti di marrone. Le mani. Le mani di Marie erano già lontane…

Branchia pensò che quelle dita non avrebbero più potuto accarezzare, né disegnare, né seguire le parole sul libro delle fiabe, né portare il vassoio con la merenda, e un sorriso sopra, e una promessa: quella unica e imperdibile, di una madre.

 

COSA NE HA DETTO PAOLA CAPRIOLO:

Paola Capriolo

Paola Capriolo

Nel variegato e interessante panorama delle opere finaliste selezionate dal comitato di lettura in questa edizione del Premio Calvino, ve ne sono due molto diverse per stile e intenzioni e tuttavia accomunate dal fatto di muoversi in una zona di confine nella quale si mescolano “realtà” e favola narrazione naturalistica e invenzione fantastica. Si tratta de L’interruttore dei sogni di Elisabetta Pierini e di Branchia della giovanissima Martina Renata Prosperi, premiati dalla giuria rispettivamente con una vittoria ex aequo e con una menzione speciale.

Branchia è un libro di grande fascino, e anche di grande complessità. Il fascino è dato in primo luogo dallo stile: una prosa poetica, ritmata da un sapiente gioco di ripetizioni; la forza delle immagini, che sorprendono e al tempo stesso colpiscono il lettore per la loro insospettata esattezza, come avviene appunto per le autentiche immagini della poesia. Credo che Martina Renata Prosperi possieda davvero quel dono che Gottfried Benn definiva “rapporto primario con la parola”, un istinto quasi tattile, rabdomantico, che fa di lei una scrittrice nata; e che possieda, soprattutto, una straordinaria capacità di guardare le cose: di coglierle nella loro realtà e insieme di sottoporle a una metamorfosi, a una trasfigurazione espressiva che ne amplifica i significati come in un’eco o in un gioco di riverberi e costituisce, molto più degli elementi antinaturalistici presenti nella trama, il vero aspetto “fantastico” della sua scrittura.

La complessità è appunto quella della trama: una costruzione ambiziosa, che intreccia diversi piani narrativi e sovverte con ardite mescolanze la scansione temporale. Il romanzo si apre con una scena apparentemente naturalistica: una donna, Marie, che si affaccenda ai fornelli della sua cucina, l’arrivo del figlio adolescente Gabriel, il dialogo tra i due nel quale si allude a un’altra figlia, Giulia, e anche a uno strano ragazzo di nome Branchia: una creatura senza polmoni, che vive immersa nell’acqua della piscina dove Marie lavora come insegnante di nuoto. Nel secondo capitolo scopriamo che Marie, i suoi figli, il misterioso Branchia, sono semplicemente i personaggi di una storia che altri due personaggi, Ginevra e Luca, appartenenti al cosiddetto mondo reale, stanno cercando di scrivere basandosi sugli appunti lasciati da un ex-compagno di liceo scomparso tragicamente.

Un metaromanzo, dunque; ma credo che questa etichetta renda solo in parte il senso profondo del libro. Parlerei piuttosto di un romanzo di formazione, che ha come protagonista la ventenne Ginevra, incerta sulla scelta dell’università e tormentata da un rapporto conflittuale con il proprio corpo (ma più essenzialmente con il tempo, con la caducità), e il cui percorso si riflette come in uno specchio ora deformante, ora rivelatore, nella storia che la ragazza stessa va elaborando di pari passo con la sua vita quotidiana.

Potremmo dire che il romanzo narra la vicenda parallela di due nascite: quella impossibile di Branchia, che non potendo respirare è destinato a rimanere per sempre nell’acqua, evidente metafora del grembo, del liquido amniotico, e quella travagliata di Ginevra come scrittrice (perché il Bildungsroman, qui come in tanti casi illustri, ha in fondo come oggetto la scoperta di una vocazione letteraria). Del suo faticoso divenire, Branchia rappresenta l’incarnazione fiabesca e pateticamente negativa; una sorta di alter ego, in un libro nel quale i personaggi sono tutti, in una certa misura, alter ego gli uni degli altri su diversi piani di realtà, o di irrealtà, a gradi diversi di quella “malattia” di fondo che li accomuna e che potremmo forse definire come incapacità di vivere.

Ma viene spontaneo sospettare che il gioco di specchi non finisca qui; che a questo gioco orizzontale di rimandi di cui sono innervate le pagine di Branchia si aggiunga un asse verticale, perpendicolare, tra la protagonista e l’autrice. Ginevra, dice a un certo punto il suo amico, è una che “non può mai essere solo Ginevra, che deve sempre trovare qualche metafora di sé, come se il suo legame con il resto fosse evidente e imprescindibile, e quasi cromatico – corporeo, si direbbe – prima ancora che intellettuale” (202). Se la prima parte di questa descrizione si attaglia forse a qualsiasi scrittore, la seconda mi sembra una consapevole definizione del modo peculiare in cui la scrittrice Martina Renata Prosperi vive il proprio rapporto con il mondo attraverso la parola.