assaggi e critiche

CALABRESE e T-TRINZ

mercoledì, 29 giugno 2016

ALESSANDRO CALABRESE

ALESSANDRO CALABRESE

ALESSANDRO CALABRESE, nato a Carpi nel 1991, sta conseguendo la laurea magistrale in Italianistica e Scienze Linguistiche a Bologna. Lavora come allenatore di rugby in una scuola media e stagionalmente nell’azienda agricola di famiglia. La scrittura da sempre è per lui una valvola di sfogo rispetto alla teoria letteraria.

Finalista al Premio Calvino XXIX con T-Trinz.

 

COSA NE HA DETTO IL COMITATO DI LETTURA:

Con T-Trinz ci troviamo in un genere ampiamente praticato dalla narrativa contemporanea, quello delle bande urbane giovanili. Ciò che distingue e fa emergere tra gli altri questo romanzo è la scrittura dalla straordinaria valenza ritmica, che segmenta l’azione in brevi scatti nervosi e sembra voler incarnare quel “presente lucido e immediato” (p. 28) che per i Thanatos, i ragazzi del T-Trinz è l’unica dimensione sensata. Storia ben costruita, ben condotta, con un’apertura accattivante sulla scena di massima tensione e il rimbalzo veloce al flashback. Sembra esserci un senso del tempo e del montaggio decisamente cinematografico, in particolare in certe sequenze di rapidi stacchi che inseguono contemporaneamente le vicende di più personaggi.

L’azione si svolge fondamentalmente al T-Trinz, un edificio abbandonato che l’amministrazione locale non ha immesso, per incuria, nei suoi programmi di riqualificazione ambientale e urbana. Lasciato andare in malora nella periferia imprecisata di una cittadina dell’Emilia (luogo topico di tanti romanzi analoghi), è la roccaforte della compagnia del Biondo, l’unico liceale del gruppo, al quale deve il suo nome: “T”, per “Thanatos”, è la loro iniziale, un capriccio classicheggiante anche se ampiamente riciclato nelle culture metropolitane, e “Trinz” sta più o meno per tranquillo nel gergo dei giovani dei dintorni. Insomma T-Trinz è la vera casa dei Thanatos, lontano dal controllo delle loro famiglie spesso disfunzionali, un luogo dove possono rilassarsi a modo loro.

I Thanatos sono Mimmo, Ste, Alle, Dada, Golia, Macco, Cris e naturalmente il Biondo. Adolescenti in attesa di nulla nel tempo senza scuola fra agosto e settembre, a metà degli anni zero del duemila. Le canne al parco, i giochi a rotta di collo con lo skate o la bici, le bravate, le prove di teppismo con destrezza fra le auto parcheggiate. Attorno a loro ruotano gli altri gruppi, i punk, i metal, i dark, in una topografia delle appartenenze disegnata fra i prati e i muretti del periferico parco cittadino. Sullo sfondo la musica, che cuce ogni capitolo del racconto al verso di una canzone rock o metal, la musica che suonano e ascoltano diversi i personaggi. Delle loro vite annidate nell’indifferenza e perennemente affacciate sui guai il racconto ci consegna ritratti credibili, perché abitati da ambivalenze e paure, e talora perfino struggenti (Mimmo inghiottito dal caos, con gli affondi lancinanti sul suo inferno domestico). Il capobanda, il Biondo, che scopriremo identificarsi almeno in parte con il narratore (e ci sta benissimo quella inaspettata uscita in prima persona a p. 60, che ha appunto tutta l’impertinenza del personaggio) è il legante della compagnia e l’anima della storia: regge l’una e l’altra perché a differenza di quasi tutti gli altri ha un suo codice, semplice ma non rudimentale, e sceglie un finale che è insieme il congedo da una stagione che si chiude e la sua estrema celebrazione. Il Biondo ha costruito un mito e lo distrugge, quando percepisce che esso ha perso di senso. Le fiamme bruciano l’edificio e bruciano, insieme, almeno così si vorrebbe, il ricordo. Il Biondo è una sorta di grande Gatsby metropolitano, lucido nella costruzione di un sogno, nel quale lo chic, il glamour sono sostituiti dalla desolazione dei nostri tempi (bellissimo, in proposito, è il pezzo sulla noia a p. 28: “I Thanatos… ci sguazzano nella noia… non hanno problemi di tedio. Basta rimanere privi di progetti per il futuro… Basta essere semplici e farsi poche domande”).

Non del tutto persuasiva risulta l’ideologia dell’eroe, ovvero degli uomini “veri” e degli uomini “finti”, che il narratore riflette sul Biondo (p. 126 e altre). C’è troppa ambigua identificazione, sia pur finzionale, tra narratore e protagonista. E qui il narratore sembra cadere in un’apologia dell’eroe solitario, del giustiziere che fa giustizia a suo modo, tanto diffusa nei romanzi di genere, che rischia di porsi come un’apologia di lui stesso.

La scrittura, come si è già accennato, è rapida, pertinente, con un ricorso controllato a termini di gergo quali “giolla”, “cinno”, “porro”, “poser”.

 

UN BRANO PER APPREZZARLO:

“Incipit”

Il Biondo era fermo immobile. Aveva sedici anni ed era fermo immobile. Avvertiva quel tremolio alle gambe, ma non aveva paura. Era concentrato a rallentare i battiti del cuore. E mentre pensava, il tempo avanzava lento.

Qualcuno gli aveva insegnato che era tutta una questione di testa, la paura. Si trattava di una scelta. Per eseguire un buon placcaggio, o per romperne uno, per avanzare verso la linea di meta senza eseguire deviazioni inutili, per non perdere terreno di gioco, era necessaria, prima ancora della tecnica, la volontà; spezzare l’impatto emotivo del contatto, eliminare il blocco affettivo che ci spinge a evitare ciò che potrebbe costituire dolore fisico; agire, operare una scelta, e farlo nel minor tempo possibile.

Dunque, se un uomo corre verso di te a gran velocità tu non devi scegliere di fermarti, non rallentare. Se deciderai di avere paura rimarrai bloccato e l’uomo ti travolgerà e sentirai dolore. Se scapperai, lui ti raggiungerà e tu avrai perso terreno e sentirai dolore. Se avanzerai verso di lui, invece, avrai scelto di non avere paura, avrai scelto bene. Spezzerai il blocco emotivo e con ogni probabilità non sentirai dolore…

 

Ora hai scelto di non avere paura e stai correndo forte perché, fanculo, se mi vieni addosso non starò qui ad aspettarti. E una volta operata la scelta, quando il tempo scorrerà più lento, allora avrai modo di massimizzare le tue prospettive future: evitare l’uomo? Scontrarti e misurarti con lui? Andare più forte e tentare di abbatterlo? Fare in modo che sia lui a provare paura e a bloccarsi?

Il Biondo stava fermo, pensava a tutto questo e, quando il cuore fu calmo, vide finalmente davanti a sé le possibilità che sono concesse a chi non ha paura, a chi ha scelto di correre. Ma innanzi a sé non aveva la linea di meta, ma la canna della pistola che Sandro, il tossico, gli puntava contro.

 

COSA NE HA DETTO ANGELO GUGLIELMI:

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Angelo Guglielmi

Notevole capacità di scrittura, frasi brevi e veloci seguendo i ritmi della musica rock.

Banda di sedicenni che forse come altre, ma più decisamente, si definisce non tanto per un’operatività delinquenziale quanto per affermazione esistenziale. Più che qualche atto di vandalismo, il massimo della loro trasgressività è occupare l’ex direzione delle tranvie milanesi e lì chiudersi al riparo dalla curiosità degli altri (gli “uomini finti”) a vivere la loro vita diversa. E lì si picchiano, corrono, giocano a rugby, gareggiano e sono loro stessi i protagonisti e i terminali delle loro scelte violente. Il loro capo è il Biondo, un bel ragazzo con quel tanto di divinità (e divinazione) che caratterizza gli eroi classici.

Straordinario e definitivo il capitolo della festa in Villa dove per il tradimento di un amico finalmente i Thanatos si scontrano con la banda dei Punk, si innesca una serie di inaudite violenze e la situazione precipita definitivamente.

Ma il momento preciso della deflagrazione è quando il Biondo di fronte alla mira di una pistola scopre di avere paura. A questo punto prende corpo in lui la consapevolezza che tutto il mondo è uguale, non ci sono differenze, e la diversità perseguita dalla banda di cui è capo va in frantumi. Se è così, i Thanatos non hanno ragione di esistere e la loro sede appartata deve essere distrutta. Il romanzo finisce così con lo spettacolare incendio di T-Trinz, con la sua polverizzazione, cui gli ultimi dei Thanatos e il Biondo assistono con superbia, ma anche con malinconia, da una lontana terrazza.