assaggi e critiche

ALESSANDRO PIEROZZI e LA SERRATA

mercoledì, 29 giugno 2016

DSC_9570-editate

ALESSANDRO PIEROZZI

ALESSANDRO PIEROZZI (Roma, 1941), di famiglia operaia, a ventun anni entra in fabbrica. Militante della Fiom CGIL, nel 1974 viene chiamato a far parte della segreteria della Fiom provinciale di Roma, per poi passare al Regionale. Conclude il suo iter sindacale a Pomezia. Nel 2001 va in pensione. Da sempre amante dei libri e lettore accanito, si dedica alla scrittura.

Finalista al Premio Calvino XXIX con La serrata.

COSA NE HA DETTO IL COMITATO DI LETTURA:

Opera popolare, potremmo dire neo-neorealista, animata da un empito felicemente romanzesco che non si preoccupa di nascondersi o travestirsi da qualcos’altro, La serrata rimanda nel titolo alla chiusura di una fabbrica metalmeccanica della capitale, l’O.M.A., a cui sono legati i destini di molti personaggi del libro, ma è ambientata prevalentemente nel caseggiato di via Rossellini numero due, lotto sessantanove, nel quartiere romano di Testaccio, e ha per protagonisti i suoi abitanti nell’immediato secondo dopoguerra (la vicenda principale si svolge nel 1949, l’anno successivo alle elezioni del 18 aprile 1948 che segnarono il trionfo della DC, all’attentato a Togliatti, anno in cui era ministro dell’Interno Mario Scelba con la sua famigerata celere).

Se vogliamo trovare un ascendente, un ispiratore, lo potremmo individuare in Pratolini e nelle sue Cronache di poveri amanti, cui del resto allude piuttosto esplicitamente la sinossi dell’autore facendo l’occhiolino alle parole che introducono l’omonimo film di Carlo Lizzani. Altre allusioni all’epoca venate di ironia (allusioni che stemperano la mimesi neorealistica) percorrono il romanzo. Basti pensare alla scelta di collocare l’azione nel caseggiato di una immaginaria (allora, e al Testaccio) via Rossellini, con rimando al regista di Roma città aperta, altra canonica opera di quell’aura.

Pur non mancando di aspetti drammatici, l’atmosfera del romanzo è fondamentalmente da soap opera (ovviamente popolaresca) o, per avvalersi di un paragone congruente con quegli anni, da fotoromanzo. Così si spiegano i molti tratti che, di primo acchito, possono parere eccessivi della narrazione: donne tutte bellissime, colpi di fulmine irresistibili come una cannonata in rete (Marcellino Solara, detto Schizzo, per Rosalba), passioni e tradimenti, comunisti dallo sguardo di ghiaccio. Gli stereotipi in tale genere sono inevitabili e necessari. Ma pur in questa cornice l’autore sa creare caratteri memorabili, tutti quelli cui sono dedicate le diverse sezioni del libro (Giovanna, Vergilio, Rosalba, Anna e Primo), ed altri ancora come l’innocente marito di Rosalba, Romano Caputi detto Ercolino, o, invece, il violento senza remissione marito di Giovanna, Antonio Pellicciari. Ma il personaggio che campeggia su tutti è quello di Giovanna, che fin dall’inizio entra mirabilmente, sontuosamente, in scena: “Litigiosa. Prepotente. Aggressiva. Così era Giovanna. Sempre pronta a fare a botte. In fontana, in terrazza, in cortile”. Un carattere a tutto tondo, non privo di tragicità, un’atleta mancata, che si scatena a giocare a pallone con i ragazzini, ma che accetta con dignità e ostinazione, ruoli che non sarebbero suoi, quelli di madre, di moglie, di lavandaia: è la regina del palazzo, dotata di un suo acuminato senso della giustizia. L’ambiente poi del lotto sessantanove e di tutto il rione è descritto tanto vividamente e minuziosamente da far pensare che l’autore del romanzo abbia vissuto davvero in un autentico caseggiato popolare romano del dopoguerra, in cui il fulcro delle relazioni e dei contrasti tra donne era nei lavatoi posti nel cortile (oppure anche in terrazza, con suggestivo rimando a Una giornata particolare di Scola), come per gli uomini che lavoravano era la fabbrica e, per gli altri, il bar.

Un romanzo, insomma, assolutamente godibile, sorretto da un stile adeguato, dotato di un buon ritmo (alternando abilmente comico e melodramma), anche quando, talora, ricorre a una prosa ricercata, lievemente desueta. Ma non mancano le ombre, dovute, in linea di massima a una proiezione non ben controllata sul secondo dopoguerra di linguaggi, situazioni, costumi successivi. Soprattutto poco plausibile è il pezzo sull’occupazione della fabbrica che chiude il romanzo: tutto sembra qui rimandare a situazioni degli anni settanta, a partire dalle linee di montaggio che al tempo non esistevano, ai troppo liberi costumi sessuali di operai e operaie (eccessivamente numerose in una fabbrica metalmeccanica, pur se si è nel dopoguerra), per non parlare dell’improbabile donna ingegnere e sindacalista. Altro appunto va alla terminologia usata nel dialogo fra donne di p. 13: “frigida” e “mi bagno tutta” non sono certo espressioni d’epoca. Nulla, comunque, di inemendabile.

Detto questo, si ribadiscono la tenuta e la capacità di coinvolgimento del testo, che per la sua coralità e il suo impianto può forse avvicinarsi al ciclo dell’Amica geniale.

 

UN BRANO PER APPREZZARLO:

“Incipit”

Litigiosa. Prepotente. Aggressiva. Così era Giovanna. Sempre pronta a fare a botte. In fontana, in terrazza, in cortile. Se nel lotto Sessantanove di via Rossellini numero due, a Testaccio, si accendeva una lite, si alzavano voci, si scatenava una zuffa, la gran parte delle persone diceva, è quella matta di Giovanna. Non sempre, ma spesso ci azzeccavano.

Il marito, Antonio Pellicciari, la menava. Di brutto. Lo sapevano tutti. Tre quattro volte l’aveva mandata all’ospedale. A parte qualche distinguo, come quello di Anna e Primo – è un delinquente – in via Rossellini numero due – un migliaio di abitanti, quattordici scale – sostenevano comprensivi che non c’era altro modo per tenerla al suo posto. Di mestiere Giovanna faceva la lavandaia, e aveva due figli. Due maschi, Vittorio e Valerio. Di loro non è che se ne curasse granché. A loro pensava la nonna, la sora Elvira, la madre del marito.

Giovanna in ogni stagione indossava una vestaglia poco sotto il ginocchio, e un paio di zoccoli. D’inverno sulla vestaglia portava un maglione fatto in casa, e ai piedi un paio di calzettoni da uomo. Dalla vita sottile di Giovanna, stretta da una cintola di stoffa, scendevano fianchi snelli conclusi da due glutei rotondi come meloncini. Specialmente d’estate, la vestaglietta di flanella ne rilevava senza difficoltà il gioco dei muscoli che il suo andare scattante accentuava. Stranamente avevano poco di erotico…

Giovanna si muoveva su gambe smisurate, e il collo inarcava da spalle grandi ed eleganti dal quale la testa, lievemente piegando a sinistra, guardava intorno senza guardare. Molto più alta della media, si muoveva con una tale grazia coordinata che l’altezza notevole le scivolava d’addosso, e allo sguardo rimaneva soltanto l’impressione di un’armonia nervosa e un po’ selvaggia, come quelle puledre che si vedono al cinema o al circo, e che ti facevano sembrare sempre pericolosamente pronte allo scarto. Con la differenza che Giovanna altroché se scartava, ricordano Anna e Primo. Per questo non era simpatica. Alle donne perché la sentivano estranea. Agli uomini perché sterile di ogni messaggio di disponibilità sessuale. A tutti e due perché era prepotente e sfacciata. Sboccata, con mani e lingua sempre pronte.