assaggi e critiche

ADIL BELLAFQIH e BARATRO

mercoledì, 29 giugno 2016

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ADIL BELLAFQIH

ADIL BELLAFQIH è nato nel 1991 a Sassuolo dove vive. Si è laureato su Stephen King, con una tesi disciplinarmente trasversale. Sta frequentando il corso di laurea magistrale in Filosofia a Parma. Ha pubblicato diversi racconti in occasione di vari concorsi letterari e ha tutta l’intenzione di vivere della sua scrittura.

Finalista al Premio Calvino XXIX con Baratro.

 

COSA NE HA DETTO IL COMITATO DI LETTURA:

La vicenda è ambientata in un’Italia ormai desertificata dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali in un anno imprecisato del XXI secolo. Gli Stati Uniti d’Europa hanno da poco sostituito le scuole pubbliche con “centri di impiego preliminare” e chiunque non sappia o non voglia adeguarsi ai “principi del Mercato, della Crescita e della Finanza” o sia sospettato di ordire piani sovversivi contro di essi viene sottoposto a una procedura riabilitante nel CRIL (Centro di rieducazione alla democrazia e al libero mercato), una sorta di cattedrale nel nulla. Si tratta di un’idea di notevole capacità e qualità visionarie. Naturalmente la lingua che si parla nel CRIL è una neolingua orwelliana: qui democrazia significa libertà, e libertà significa unicamente libertà di perseguire con ogni mezzo il profitto (l’elemosina o l’aiuto disinteressato in questo quadro sono, non c’è bisogno di dirlo, disvalori). Gli ospiti del centro – ingegnosamente immaginato dall’autore – sono sottoposti ad esercizi in vista del suo fine rieducativo: dispongono di denaro (grazie a contratti a tempo determinato) con cui giocare al gioco del profitto (ma ogni mezzo è lecito purché non si infranga il dogma del mercato). In questo gioco c’è chi vince e c’è chi perde, c’è chi sale e c’è chi scende (anche fisicamente, finendo nei sotterranei dell’edificio). Il cuore del Centro sono i punti commerciali dove ognuno può acquistare ciò che desidera o è indotto a desiderare. Massima importanza per il controllo dei comportamenti degli educandi sono i mezzi informatici, che garantiscono la totale panotticità del sistema. In questo universo parallelo finisce, quasi per caso, il famoso hacker Zombi 243. È lui il protagonista attorno al quale si annodano tutte le complesse vicende della trama e attorno a cui ruotano tutti i personaggi, singolarmente individuati. Egli mira semplicemente a sopravvivere, lavorerà per la struttura di comando nel Reparto Mobilitazione Informatica, accetterà di fare l’infiltrato presso il gruppo di sovversivi (i Trumlin), ma poi affascinato dalla personalità del loro capo, Leo, passerà dalla loro parte, si innamorerà di Wolf, dimenticando la moglie… Le cose, naturalmente, non sono così semplici come appaiono e la congiura dei Trumlin è destinata inevitabilmente a fallire (si rivelerà come nient’altro che uno stress test): Leo riuscirà, comunque, per pochi minuti a incitare le masse degli educandi alla rivolta, alla giustizia e alla vera libertà. Peccato che per libertà gli educandi intendano quella di appropriarsi delle bramate merci. Conclusione amara. Tutto finirà in un massacro degli illusi rivoltosi, e qui finisce la prima parte del romanzo (“Età dei giganti” ed “Età degli eroi”). Nella seconda parte (Età degli uomini” e “Diluvio – Tempo di libertà”), Max (ovvero Zombi 243), fortunosamente salvatosi, da classico antieroe/giustiziere, compirà la sua vendetta solitaria fino alla distruzione del CRIL e al rocambolesco salvataggio dell’amata Wolf.

Baratro può essere definito un testo distopico o lo si può ascrivere direttamente alla fantascienza: come spesso nei testi di genere sussistono elementi che evocano l’uno e l’altro aspetto senza imporre etichette esclusive. Tanto più che le fonti dirette o indirette sembrano tante e varie (da Claudio Vergnani a Italo Bonera, dal Pasolini nero al Titus di Julie Taymor). Fonti comunque utilizzate in termini mai ovvi o imitativi nella costruzione complessa di un grande affresco; e per quanto fantasie distopiche non manchino nell’odierna narrativa di genere italiana, il giovane autore mostra una notevolissima autonomia e originalità. In sostanza si tratta di una prova persuasiva.

Le psicologie dei personaggi sono definite con cura, e alcune figure appaiono molto belle – quelle di Wolf e di Leo, la stessa Beatrice King; il protagonista Max ha connotazioni meno scontate di quanto si sarebbe potuto attendere dall’immaginario sull’hacker. I dialoghi sono ben condotti, cosa non facile. Certo si tratta di un quadro nero, disincantato, ma l’autore riesce a non esaurire le soluzioni – per quanto estreme – nell’effetto facile, e mostra un ottimo controllo delle suggestioni di volta in volta evocate (l’atroce, il grottesco…). Dove poi graffia con brillante intelligenza è nel grande affresco politico-economico, mai scontato o banale, in chiave di intrigante macchina per pensare.

Lo stile piano vede il ricorso a buone soluzioni narrative (la descrizione onirica dell’accecamento del protagonista, l’aggancio tra conclusioni e inizi dei vari paragrafi), e la mole di oltre cinquecento pagine è gestita con abilità: il testo corre fluido e incalzante. Sicuramente più compatta appare la prima parte, fino alla tentata rivolta, mentre nella seconda alcuni episodi avrebbero potuto essere alleggeriti (la tavolata carnevalesca) o tagliati (la scena burattinesca degli intellettuali, per esempio): la tendenza ad allargarsi è probabilmente normale data l’età dell’autore e le consuetudini della narrativa di genere, anche se può naturalmente auspicarsi un maggiore controllo nello scrivere “per sottrazione”.

Comunque tutto traghetta verso un finale consono, e in fondo atteso. Dove gli aspetti di improbabilità – le eliminazioni finali, incrociate e compulsive dei personaggi apparsi in scena, la soluzione della macchina del tempo – non risultano spiacevolmente incongrui. E in particolare la conclusione conciliante della macchina del tempo che permetterebbe alla giovane incinta di salvarsi dall’esplosione potrebbe appartenere in realtà al mondo tutto interiore di fantasie del protagonista morente.

 

UN BRANO PER APPREZZARLO:

“Il sogno di Max, ovvero l’hacker Zombi 243”

Elisa è appoggiata allo stipite della porta e lo fissa…

Max è seduto alla sua scrivania, arroccato dietro i quattro monitor allineati sul ripiano pieno di blocchi di appunti, cifrari e dispositivi di monitoraggio. Lì dietro c’è tutto quel che gli serve per manipolare la cascata di zero e uno che compongono il magico mondo dell’informatica. Una logica dicotomica tanto semplice quanto pericolosa: destra o sinistra, giusto o sbagliato, niente vie di mezzo.

«Devo lavorare», dice a Elisa continuando a digitare … sulla tastiera. Ci sono stringhe di codice davanti a lui, numeri e simboli che nella sua mente formano immagini, connessioni, ma tutto si riduce sempre a zero e a uno.

«Te lo sei scordato?» chiede Elisa incrociando le braccia sotto il seno.

Max si volta per guardarla e si accorge di non essere nel suo corpo. Almeno, lui non è lo stesso Max seduto alla scrivania. Vede coi suoi occhi, ma allo stesso tempo vede fuori di sé. Sta sognando…

«Cosa mi sono scordato?» chiede il Max seduto alla scrivania. Alla luce dei monitor il suo volto appare scavato …, i suoi occhi infossati…

«Che non tutto è nero o bianco, che non ci sono solo buoni e cattivi, che non c’è solo giusto o sbagliato. Che non ci sei solo tu. È logica fuzzy».

«Non ho tempo per questo. Io ho bisogno di farlo, lo capisci?»

… lui la logica fuzzy la conosceva eccome… C’erano teorie che …proponevano un tipo di approccio sfumato: tra il caldo e il freddo c’era il tiepido, … tra lo zero e l’uno c’erano un’infinità di possibilità intermedie. La realtà era sfumata, precaria, ma se lo era la realtà “vera”, perché doveva esserlo anche quella virtuale?

I pensieri gli si solidificano davanti. Può vederli scorrere tra lui ed Elisa, lo attraversano senza lasciare residui. Lì dentro, nel profondo dell’incubo, tutto è pensiero.

«Io ho bisogno che tutto sia zero e che tutto sia uno», dice il Max asserragliato dietro i monitor. Si è fatto gobbo e scuro e rachitico. «Ho bisogno di una realtà che funzioni. Devo farla funzionare…»

«È il mondo che non funziona!» urla… «io lo faccio funzionare!»

 

COSA NE HA DETTO ANGELO GUGLIELMI:

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Angelo Guglielmi

Baratro andrebbe rivisto nella scrittura, ma possiede un’eccezionale forza visionaria che gli consente di parlare della situazione politica ed economica in cui vive il mondo occidentale senza ricorrere ai facili toni accusatori e di denuncia.

L’idea di raccogliere i renitenti allo stile di vita occidentale in un centro dove si insegna loro che libertà=mercato e democrazia=capitale mi sembra geniale. E geniale mi pare anche l’idea di collocare i renitenti sequestrati in un edificio che sorge in una zona desertica (in modo da rendere difficile la fuga), ma lussuoso come un albergo a cinque stelle. Qui gli ospiti, preliminarmente muniti di una certa quantità di denaro da spendere in un fornitissimo supermercato, vengono stimolati a trafficare e a comprare, a fare scambi e a rubare, possono anche ottenere prestiti (ma a tassi usurari). Possono vincere o perdere. I più perdono e di giorno in giorno i loro alloggi diventano sempre più grigi, sporchi, cadenti. Un piccolo gruppo costituito dai più consapevoli decide di ribellarsi con l’aiuto dell’abilissimo hacker Zombi 243. Ma la direzione non ha difficoltà a vincere e sterminare i sovversivi. L’hacker però sopravvive, sia pur provato e quasi cieco. A questo punto non gli rimane che la vendetta e con la sua sapienza informatica riuscirà alla fine a distruggere il centro di rieducazione.

Il romanzo appartiene chiaramente al genere fantascientifico di tipo orwelliano con evidenti richiami al nostro presente. Il testo è sovrabbondante, va asciugato e rivisto, ma rivela un autore capace di tenere in equilibrio una struttura complessa con personaggi fascinosi e psicologicamente credibili. È giovanissimo e certamente meritevole di riconoscimento.