Giurie

PARTIGIANO INVERNO di GIACOMO VERRI

venerdì, 24 febbraio 2012

Vigilia di Natale

Uscì.
La mattina del ventiquattro dicembre millenovecentoquarantatré i pensieri di Italo Trabucco erano numerosi come i sassi di via Monte Rosa che corre giù alla chiesa grande, dove le selci per i carri passano lunghe tra i ciottoli in terra, e visti tutti assieme sono mille schiene di rospo.
Le fantasie salivano come turgori d’una pozione di tomatiche, si facevano e sfacevano nell’inane petulanza dell’ebollizione, blub blub, le facce di Pietro e di Osella, il presepe, il Fenera, i nudi rami dell’inverno, don Bestia, gli uomini del Comitato, il ponte, il fiume, sant’Antonio, Leonardo e i suoi monti, gli alunni, nessuno prendeva fuoco nella mente, oh mai più!, gli spari a Varallo, il
plotone d’esecuzione, il tenente con la giacca chiarissima, le nubi di piombo, la neve a strisce pallidissima e la neve di rosa incarnato dopo la morte, Gesù, Maria, il crestanera, la casa dell’inverno,
l’odore del fico, l’abito blu, la Legione Tagliamento, l’Amilcare, la Caterina, gli occhi degli amici, i corpi abbandonati.
Se in cucina la stufa aveva dato un calore secco nella lana, adesso, per via, il vento scavava i vestiti: Italo colse tra i piedi i cogoli viscidi: l’aria di vetro lo spingeva alla piazza e l’incedere era quello dell’ubriaco che sa dove andare ma ci va come in un sogno. Sulla testa il cielo era tenuto tutto da nuvole stese lunghe come bave di dio. Avrebbe potuto fermarsi e sgranare gli occhi. Avrebbe potuto dire che non capiva più nulla ma non era vero.
Capiva molte cose: che era uscito per andare a vedere i corpi dei morti allineati lungo il muro della chiesa di Sant’Antonio. Capiva che faceva freddo, un freddo che tormentava le mani tagliandole,
e stordendolo lo cullava. Capiva, infine, che lui ci sarebbe stato ancora dopo quei morti, e voleva sapere cosa sarebbe stato in grado di pensare.

 

 

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