Diari

Adil Bellafqih, Baratro

venerdì, 16 settembre 2016

Il postino mi sventolò davanti una lettera di Equitalia.

«Mi lasci una firma qui?»

Certo, questo e altro per un mio fan, pensai rigirandomi la busta tra le mani. Le reazioni che quelle buste dall’aria innocente potevano scatenare in una famiglia avevano la portata di un terremoto o un ciclone o un meteorite e negli ultimi tempi fioccavano più delle lettere d’ammissione a Hogwarts. La giornata era iniziata col piede sbagliato.

Quel pomeriggio uscii per lasciarmi alle spalle le macerie del cataclisma. La LETTERA aveva colpito ancora e aveva colpito duro. Prima o poi sarei dovuto tornare e la LETTERA sarebbe stata lì ad aspettarmi e con lei la promessa di molte altre simili. La prossima volta il postino si sarebbe presentato con un mazzo intero. Ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho, oh, aspetta, manca. Mi lasci una firma qui?

Intanto il sole brillava ignaro dei debiti, il vento soffiava fresco e il mondo continuava a girare. Quando mi sedetti al parco con in mano l’ultimo libro di Stephen King (Il Bazar dei brutti sogni, un sottotitolo perfetto per Equitalia) ricevetti la telefonata. Fu come un déjà-vu perché di quella telefonata sapevo quasi tutto, l’avevo letta raccontata in altri diari simili a questo.

«Lei è finalista del Premio Calvino», disse Mario Marchetti.

«Con Baratro?» chiesi mezzo stupefatto. Certo cretino, hai inviato solo quello, che razza di domande.

Dopo aver promesso di non dire niente a nessuno prima della comunicazione ufficiale

(non vedo non sento non parlo)

deambulai sotto il sole per scaricare la tensione. La giornata aveva preso una bella piega.

Devo dirlo a qualcuno, pensai. No, non posso. Però devo fare qualcosa. Camminare finché non consumo gli stivali? Leggere? No, non ci riesco. Aspetta! Trovato!

Il telefono della mia ex cominciò a squillare.

«Pronto?» rispose titubante.

«Ciao, che fai?»

«Stavo suonando la chitarra.»

«Ah. Ok. Senti, posso chiederti una cosa?»

«Sì?»

«Vuoi sposarmi?»

«Eh

«Ti ho chiesto: vuoi sposarmi?»

«No.»

«Ok.»

Ero contento comunque. E poi non volevo davvero sposarmi, diavolo.

A parte il doppio ritardo dei treni, la giornata della premiazione filò liscia. La notte insonne che mi portavo sulle spalle contribuiva ad aggiungere una nota trasandata al mio innegabile fascino da morto vivente della mutua.

Il rinfresco fu un mezzo incubo. Odiavo le cerimonie, gli aperitivi, le comunioni, i compleanni, i ricevimenti, ma il vino e la compagnia di graziose

(bellissime)

fanciulle allentarono la pressione.

Però pensavo al futuro. Al mio, a quello di Baratro, a quello delle persone radunate lì a bere e mangiare e parlare. Per ora ero riuscito a fregarli tutti col mio dannato romanzetto, ma il prossimo? Sarebbe riuscito altrettanto bene?

Tornato in hotel mi sovvenne il motto di Orfani, una serie a fumetti che stavo leggendo in quei giorni: “Noi non facciamo arte. Noi facciamo cadaveri.”

Io non faccio arte, pensai infilandomi a letto e fissando il soffitto. Io racconto storie. Il resto sarebbe venuto da sé, come sempre. Che altro c’era da sapere?