Diari

Giuseppe Imbrogno, Il perturbante

venerdì, 16 settembre 2016

Pomeriggio, sono in ufficio, squilla il cellulare. Non riconosco il numero, penso a una chiamata di lavoro, rispondo.

Pronto?

Pronto, sono Mario Marchetti… Il Presidente del Premio Calvino…

Ci metto qualche secondo a realizzare… Il Calvino? Non che me ne fossi dimenticato, ma non ci pensavo più da diverso tempo: il lavoro, la vita di tutti i giorni, impegni e scadenze, scadenze e impegni.

Un nuovo impegno e una nuova scadenza, questa volta decisamente più piacevoli: fine maggio, Torino, la finale.

Mi raccomando riservatezza… suggerisce al telefono il Presidente.

Ci sto attento, ci mancherebbe, ma non resisto, a qualcuno alla fine lo dico. A Elisabetta. Ai miei genitori. A Michele che mi ha aiutato nel dare l’ultima forma al testo. A un paio di amici che sanno della mia passione e di quanto io ci tenga.

I giorni che separano da Torino passano veloci. Non so cosa aspettarmi, se e come mi debba in qualche modo “preparare” (dovrò parlare del libro? rispondere a delle domande?), alla fine mi dico sicuro che sono già tra i finalisti, posso rilassarmi e godermela.

E all’inizio, in effetti, me la godo. Il rendez-vous è all’hotel. Ci si presenta, nessuno ha molta voglia di parlare, sarà la timidezza, l’imbarazzo, un po’ di tensione. Siamo di età e provenienze differenti, è la prima volta che mi trovo in uno stesso luogo con persone sconosciute che hanno fatto esattamente quello che ho fatto io, sottratto un po’ di tempo agli affetti e al lavoro, agli impegni e alle scadenze, immaginato delle storie, ci hanno creduto, le hanno scritte.

Nelle ore che seguono il tempo accelera. Siamo alla sede della premiazione, il palazzo sembra nobiliare, la stanza riccamente arredata. Ci chiedono di fare delle fotografie, riceviamo le schede di ciascun testo finalista, mentre il Presidente ci spiega come si svolgerà l’evento scorro veloce la mia scheda. È sempre sorprendente quello che arriva agli altri di qualcosa che hai scritto.

Nel frattempo arrivano i primi membri di Giuria, la stanza si riempie, il tempo si comprime, ha inizio la cerimonia. Chiamano il primo autore e mi scopro a tirare un sospiro di sollievo nel sapere che non è il mio nome quello chiamato. E nemmeno il secondo. E nemmeno il terzo. Inizio a godermela un po’ meno e a pensare per la prima volta alla possibilità, reale e non astratta, di essere io, il mio testo, a vincere il Calvino 2016. Possibile?

Restiamo in sei. Poi in cinque. Adesso il tempo fa lo scherzo di dilatarsi, cerco lo sguardo di Elisabetta che è seduta dietro di me. Siamo rimasti in quattro e sono sicuro che il prossimo nome sarà il mio. Mi sbagliavo. Chiamano una ragazza giovane e la Giuria dice di sicuro talento. Siamo rimasti in tre. Giuseppe Imbrogno, chiama il Presidente.

Non c’è tempo per la delusione, perché subito è il momento dell’inaspettata emozione e poi della lettura del testo, la concentrazione del pubblico (incredibile, sono tutti attenti!), le parole precise di Niva Lorenzini. Torno a sedermi. La tensione mi ha abbandonato. Adesso sì che riesco finalmente a godermela.

Quello che segue è nuovamente veloce e compresso: l’aperitivo, Elisabetta che ride, un bicchiere di vino e un piatto di risotto, la conoscenza degli editor, soprattutto un ragazzo e una signora.

Il primo mi dice facevo parte del Comitato di Lettura e Il perturbante mi è piaciuto tantissimo.

La seconda è la madre di un altro finalista. Il suo sguardo è caldo, sincero. Il suo libro lo leggerò, sicuramente.