Il Premio Calvino può ormai contare un notevole numero di autori affermati, che hanno iniziato il loro percorso editoriale proprio partendo dalla partecipazione al concorso. Tra questi ci sono [...]
Antologia finalisti XXIV
L’ESORDIENTE di SERGIO COMPAGNUCCI
Pensai:
Mi sa tanto che non sarà più come prima.
….
E pure mamma la pensava come me.
La trovai due ore più tardi che singhiozzava in cucina, a rimestare nella pentola con il cucchiaio di legno.
Era stato zio Carlo a darle la notizia. Io dopo che loro erano ripartiti in macchina ero tornato dagli altri tre.
«M’ha preso la Fiorentina.»
Gliel’avevo detto senza troppa enfasi, che non volevo sembrare quello che si dava le arie.
«Cazzo, Alberti’, la Fiorentina!» m’aveva fatto invece Michele ritirando le guance.
Sandro e Adriano non avevano detto niente. Cioè, congratulare si erano congratulati, ma con una pacca sulle spalle senza dire una parola.
Rientrando in casa, incontrai babbo in garage − passavo sempre dal garage, perché mamma voleva che le scarpe da calcio le lasciassi lì.
A casa mia le smancerie non andavano proprio. Uno può pensare che non ci volessimo bene, ma non era per questo. Era un fatto d’abitudine. Quando la domenica mattina andavo in cucina per fare colazione e trovavo babbo già seduto che mangiava le fette biscottate con il miele, non gli dicevo “buongiorno, babbo, come stai?”, ma, che so, visto che il barattolo sul tavolo stava vicino a lui, “ba’, passami lo zucchero”. Oppure quando rientravo da scuola, verso l’una e quaranta, e vedevo mamma di spalle sopra i fornelli, le facevo “ma’, che c’è per pranzo che ci ho gli allenamenti?” Lei si girava con il coperchio della pentola in mano e anziché dirmi “ciao, tesoro, com’è andata a scuola?”, mi faceva “Alberti’, perché non mangi un po’ di prosciutto intanto?” E a quel punto ci stava pure che mi risentivo: “Ma’, per favore eh, lo so io che devo mangiare!”
“Eh, lo sai tu, lo sai tu, ma non ci sei rimasto niente, non ti vedi?”
Insomma una cosa così. E infatti ogni volta che vedevo la pubblicità del Mulino Bianco restavo a bocca aperta per un quarto d’ora.
LA QUALITÁ DEL DONO di MAX FERRONE
Conducevano una vita surreale, in un quartiere che tremolava al sole come un miraggio. A volte Tommy, svegliandosi la notte di soprassalto, scopriva Said addormentato e gli si fermava il respiro, mentre cresceva la sensazione di trovarsi dentro un incubo espanso nella realtà, più forte delle cose che si possono vedere e toccare.
Sempre più spesso, però, l’incubo vero era immaginare la sua assenza. Figurarselo uscire di nascosto, scendere le scale quatto quatto, tuffarsi nell’asfalto e imbattersi nei suoi carnefici. Tommy sentiva la paura dell’abbandono, la vedeva addirittura, ma gli appariva slegata da tutto. Non la capiva, non era concepibile.
Provava a trasformare i giorni della settimana appena trascorsa in tanti minuscoli mattoni. Cercava tra i mattoncini le ragioni del suo attaccamento a quello sconosciuto, i segni indubitabili della sua malia. Non ne trovava. Said era semplicemente entrato nel suo appartamento e non ne era più uscito. Dormiva e mangiava insieme a lui. Gli parlava e lo ascoltava parlare. Nelle ultime ore del pomeriggio, quando una luce morbida s’insinuava in casa e un venticello leggero diradava l’afa, sonnecchiava sul divano.
Da una settimana.
…….
Pensò allo scorrere del tempo. Immaginava il tempo come una macchia scura, livida, che si espandeva e si riassorbiva. Ora sembrava troppo, un attimo dopo non era abbastanza.
Era passata una settimana. Quando mai una settimana gli era parsa più breve? Eppure infinita? In una settimana non era cambiato nulla. Da una settimana nulla era uguale a prima. Se gli avessero chiesto di riferire cosa, in quei giorni, avesse reso naturale e vitale la presenza di Said, quali parole avrebbe usato? Ci avrebbe perso la testa, probabilmente, senza trovarle. Come quelle del mago stanco, le sue ragioni erano in uno sguardo. Non c’erano parole.
MALACRIANZA di GIOVANNI GRECO
Finisci la creanza! Non lasciare la creanza! Che fai lasci la creanza? La creanza del cafone? Che poi non ha mai capito perché proprio il cafone dovesse essere quello che lascia l’ultima briciola, l’ultimo boccone, l’ultimo cucchiaio di minestra – proprio il cafone che per quanto ne sapeva doveva essere l’affamato numero uno di ritorno dal suo duro lavoro. Come non ha mai capito la storia dell’angelo che passa quando fai gli occhi storti e dice amen e te li fa rimanere per sempre gli occhi storti, se ti trova a fare gli occhi storti, anche se li fai di nascosto e ti pare che nessuno ti vede, rimasto solo davanti al piatto con la minestra ormai gelida… Finisci la creanza! Te ne manca poca… non mi va… non mi va… Ci sono bambini che muoiono di fame… non mi va… Finisci, che diventa colla… Qualche volta si è forzato, qualche volta no, non gli era del resto chiaro che c’entravano la creanza e i bambini che muoiono di fame, la sua creanza, l’avanzo di carne nel suo piatto e questi stranissimi bambini che invece di giochi normali, di capricci normali, di morbilli normali, muoiono di fame. Muoiono-di-fame, come se fosse qualcosa di diverso da morire per il colpo di pistola di un pistolero o per la freccia avvelenata di un indiano. Non capiva che gioco era morire di fame, se era un gioco (sembrava di no), che volevano dire: una di quelle cose dei grandi, che capiscono loro, che fanno ridere solo loro, che piacciono solo a loro (come quando altri grandi si danno i baci in bocca in televisione, che lui si girava dall’altra parte o si tappava occhi e orecchie con le mani per non vedere e non sentire). Una di quelle stranezze che magari s’inventano quando vogliono qualcosa e tirano fuori parole che non esistono, che s’inventano solo per… Finisci la creanza! Che fai, lasci la creanza? La creanza del cafone? Ma cafone non era una parolaccia?
DA QUI A CENT’ANNI di ANNA MELIS
Al paese ci sono nato come una taschedda di patate scaricata sull’uscio da Ines Todde il mercoledì pomeriggio che passava con la mercanzia, e che mamma si era scordata di avvisare che non voleva più niente.
Abitavamo in mezzo ai monti, in un paese oggi scomparso. Mamma non era tutta tutta isolana, i parenti di babbo erano del Nuorese. Io nacqui mentre Graziano era via. Quando tornò e mi vide, acconchigliato al seno di mamma come una capra che lecca il sale, mi guardò come poteva guardarmi dopo essere stato tredici mesi sul Supramonte appresso al gregge. Senza stupore e con l’animo aspro, l’ennesimo agnello partorito sull’erba. E sin da subito mise in chiaro che tra noi era lui il cane pastore.
Babbo non capì mai fino in fondo di che pasta fosse fatto Graziano, e per questa cosa mio fratello si dannò l’anima.
“Finiscila, Graziano, finiscila: che pari avere il demonio dentro” . Così gli diceva qualsiasi cosa facesse, e Graziano, che di babbo non aveva paura, rispondeva: “Sono io che sto dentro al demonio, non il demonio che sta dentro di me”. Babbo lo menava con facilità, e un po’ ci credeva a quelle parole, perché quella lingua aveva solo diec’anni, i diec’anni più chiacchierati da tutto su bighinadu, di cui mamma andava nascostamente fiera. Finchè un
giorno Graziano mise la testa a posto, e sostituì alla balentia la misericordia per il genitore. Ma questo avvenne a fatica, troppo tardi per annegare il fuoco che gli rosicava il petto ed estirpargli l’impertinenza di montare la vita come montava a cavallo: senza sella e strattonando le redini.
L’ETÁ LIRICA di LETIZIA PEZZALI
Esiste un Mario in ogni scuola mondiale? Una risposta non c’è, e non tanto perché la domanda sia complicata, quanto perché la domanda non interessa a nessuno, e se al mondo esiste una domanda, una qualunque, che non interessa a nessuno, è quasi scontato che non riceverà mai risposta. Ci sono infatti questioni che, pur interessando a molti, rimangono inevase, e allora non si capisce come mai quelle che interessano a pochi o a nessuno debbano trovare delle soluzioni. È anche un discorso di rispetto delle gerarchie fra le domande.
Si sa, invece, che in ogni scuola mondiale esiste una Beatrice. Questa è una verità di vita inconfutabile. Si sa anche che tale Beatrice è, sempre, femmina. O forse esistono anche delle Beatrici maschio, ma siccome Beatrice è la risposta a una domanda che interessa soprattutto agli individui di sesso maschile, o almeno alla maggioranza di quelli, è chiaro come tale risposta assuma, in prevalenza statistica, forme femminili. Messa in altri termini, il Beatrice maschio forse esiste, ma se esiste deve rappresentare la risposta a una domanda che interessa a pochi. Di nuovo, insomma, contano le gerarchie, o, se si desidera essere più pragmatici e meno lirici, conta il mercato.
Come descrivere, dunque, Beatrice? Usando termini puliti, possibilmente assoluti? E perché non relativi? Ad esempio si potrebbe dire che, se Marta è un essere accanto al quale sia possibile nutrire delle aspirazioni, Beatrice è, semplicemente, l’aspirazione pura. Se Marta è una persona che, anche avendo molto, desidera tutto, Beatrice è colei che ha tutto e non desidera niente. Anche le cose che Beatrice non possiede, in qualche modo possono rientrare, con un semplice schiocco di dita, nel novero delle ricchezze e delle proprietà di Beatrice. Anzi sono le cose stesse che Beatrice non possiede a far di tutto per rientrare nel novero delle ricchezze e delle proprietà di Beatrice.
La Beatrice che si trovava nel liceo di Mario non si chiamava proprio Beatrice, ma Beatriz, con la zeta alla fine. Beatriz Nadel. Nella fattispecie aveva i capelli castani, lunghi, ma non troppo, una Beatrice non ricorre mai agli eccessi. Aveva gli occhi verdi, nel senso che solo una persona che viva sugli alberi potrebbe pensare che essi possano essere di qualunque altro colore. Chiaramente il fatto di ingerire cibo, e in quali quantità, non aveva, su di lei, nessuna influenza in relazione alla forma del corpo. La quale forma rimaneva perfetta e conforme a determinate misure indiscutibili. Non erano, come si potrebbe pensare, misure che pre-esistevano a Beatriz. Non erano, insomma, misure conseguenti a un’aspirazione. Le misure di Beatriz erano, piuttosto, una conseguenza di Beatriz. Nasceva lei e in seguito nasceva il concetto di misura.
E così via.
invio in corso...






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